I pesci hanno deciso di invadere la terraferma.
Tra mucchi di sardine e scie limacciose di merluzzi, in un pianeta ormai completamente vegetariano, un gruppo di punk si ritrova a indagare su delle misteriose dipartite in una casa di cura popolata da anziani beoti e arzille molestatrici...
Un romanzo grottesco ed esplosivo che è già diventato di culto nell'underground giovanile e non solo. Leggetelo a vostro rischio e pericolo, contiene principi attivi...
LIBRO MARIA
un romanzo di Patrizio Pinna
(estratto)
CAPITOLO ZERO - LA RISALITA DEI MERLUZZI
La mensa comunale in disuso che avevamo preso di mira sorgeva al secondo piano di un edificio abbandonato in un tranquillo quartiere limitrofo al centro. L’insegna del cinema sottostante ci avrebbe garantito l’energia elettrica necessaria e l’osteria con cui dividevamo l’isolato una degna sopravvivenza etilica. La nostra scelta sembrava più che azzeccata, perfino la casa di cura che dominava il circondario era una presenza rassicurante. Vista in una certa prospettiva.
Grazie ai tronchesi che Drugo prese in prestito da una camionetta dei Vigili del Fuoco non impiegammo molto a superare le resistenze del lucchetto che ci impediva il passo e in quattro e quattr’otto traslocammo nel nostro nuovo centro sociale occupato autogestito: Il Dirigibile Indigeribile.
Non sapevamo cosa avremmo potuto trovare all’interno e senza parlare – visto che avevamo già fumato discretamente – perlustrammo il locale come provetti agenti segreti. Siringa infilò l’imbracatura e Spino assicurò il cavo d’alpinista al termosifone di ghisa murato di fronte al davanzale. Non feci in tempo a girarmi un richiamino che Siringa stava già in parete per sabotare l’insegna del cinema Splendor che proiettava un classico a luci rosse.
Eravamo nemmeno una ventina di punk, ma non avevamo nulla da invidiare ai più abili agenti segreti, almeno questo era quello che mi passava per la testa in quel momento. Fatto sta che Siringa, in meno di dieci minuti, riapparve sul cornicione.
Aspettavamo un cenno di conferma per azionare l’interruttore principale, ma Siringa barcollava con lo sguardo perso nel vuoto. Pensammo che avesse preso la scossa nello smontare l’insegna, lo tirammo dentro di peso e cercammo di scuoterlo dal torpore. Per fortuna non si era fatto niente, o meglio, qualcosa si era fatto, ma nulla di pericoloso. Dopo aver collegato i fili, Siringa, aveva pensato bene di girarsene una in parete, come un alpinista alla conquista dell’Himalaya, e ora stava al centro – sulla vetta – esterrefatto non tanto nel constatare che a ottomila metri ci fossero quasi venti persone, quanto dal rendersi conto di conoscerle tutte.
Tutto si svolgeva secondo i piani. Avevamo occupato da non più di un quarto d’ora e già avevamo la luce. Ora non dovevamo fare altro che redigere un manifesto da recapitare al Comune e alle varie testate cittadine per informare le istituzioni del nostro esproprio proletario. Se ci fossimo tenuti lontani dall’opinione pubblica i manganelli della polizia non avrebbero impiegato molto a disperderci, mentre intraprendendo una diatriba dialettica con le autorità saremmo stati presi di mira dai mass media, quindi protetti da quest’ultimi. Alla faccia dei pulotti che avrebbero voluto bere il nostro sangue.
Non ricordo di preciso cosa scrivemmo sul manifesto che Lupo recapitò agli uffici preposti, so solo che unimmo alla bene e meglio concetti presi in prestito dalla Costituzione, dal Codice di Procedura Civile, dalla Guida Galattica per gli Autostoppisti e dal discorso di San Crispino. Fu un successo… un successo in piena regola. Gli impiegati non solo non torchiarono il nostro ambasciatore, nemmeno gli rivolsero la parola, impegnati com’erano a parlare di pesci. E sì che non era neanche ora di pranzo.
Lupo tornò al centro esterrefatto dal sapere che sia i comunali che i giornalisti quella sera avrebbero mangiato merluzzo.
Dopo la mezzanotte, essendo tecnicamente trascorso il primo giorno d’occupazione, iniziarono i festeggiamenti. La nebbia calò improvvisa e tromba dopo tromba ci ritrovammo a confondere il giorno con la notte e la notte col giorno. Andammo avanti così per giorni, settimane, mesi forse, quando a un certo punto vivemmo la nostra prima esperienza di comunione telepatica. Sinceramente non credevo che l’erba possedesse simili proprietà, tuttavia non potei far altro che inchinarmi dinnanzi ai fatti.
Ero inebriato. Non tanto per l’esperienza telepatica in sé, quanto per il viaggio che immaginavo dovessimo compiere alla volta di Stoccolma. Il Nobel, pensavo, non ce l’avrebbe tolto nessuno.
Fu una delusione scoprire che non avevamo vissuto un’esperienza metafisica. I merluzzi stavano veramente passeggiando sotto il nostro davanzale.
Drago fu il primo a scoprire la verità. Tutt’a un tratto l’astinenza da notizie sportive lo spinse a uscire nel bel mezzo dei festeggiamenti per accaparrarsi il Guerin Sportivo. Non vi dico lo stupore nel constatare che le pagine sportive erano state sfrattate dalle notizie che da più di un mese affollavano le colonne di tutti i quotidiani, periodici, aperiodici e anche delle riviste letterarie.
Avevamo appena occupato e non avevamo nemmeno fatto in tempo a finire le nostre scorte che i pesci se n’erano usciti dall’acqua convertendo il pianeta alle verdure. Questa era una notizia da festeggiare adeguatamente. E lo facemmo.
I generi di conforto si susseguirono rapidi, così come gli articoli che a turno leggemmo ad alta voce per apprendere il mutamento a cui non avevamo assistito. Ovviamente assieme ai pesci emersero anche una valanga di problemi logistici, ma nulla d’insuperabile in fin dei conti.
Festeggiammo il nuovo domicilio e i nostri nuovi vicini di casa fino a quando non terminammo le scorte, allora la lucidità ci avvolse affievolendo il ricordo degli articoli appena assimilati. Uscimmo alla ricerca del nostro uomo praticamente immemori dell’accaduto, ma una volta in strada capimmo perfettamente come avrebbe dovuto sentirsi un pesce rinchiuso in un acquario prima della Risalita. Da un momento all’altro, pensavo, un’enorme faccia, trasfigurata e ridacchiante, ci avrebbe fatto perdere qualche decibel colpendo con il dito il vetro oltre il quale dovevamo essere finiti assieme a tutto il genere umano. Di colpo ci ritrovammo disorientati in un mondo nuovo del quale avevamo letto qualcosa, ma di cui non conoscevamo nulla. Dovevamo assolutamente bere qualcosa.
Entrammo nell’osteria di quartiere, apprendendo quello che ancora non era possibile cogliere dai giornali. Gli avventori abituali, per protesta, bevevano esclusivamente vino bianco, denigrando in malo modo i nuovi ospiti a causa dei fritti misti di cui già sentivano la mancanza. Le forchette più anziane erano la categoria maggiormente colpita dalla Risalita dei Merluzzi: tanta abbondanza e nessuna pietanza, intercalavano spesso nel fraseggio al posto delle solite imprecazioni, sunteggiando perfettamente la propria frustrazione. Tutto nella norma comunque. Nelle osterie i vecchi erano sempre arrabbiati, o perché il partito glielo aveva messo sotto la coda, o perché il partito glielo aveva tolto di colpo, da sotto la coda, facendogli male, o perché una cavolo di squadra non riusciva a mettere una palla in rete. Cambiava la musica, ma la tonalità era sempre la stessa. Se non fosse che perfino il calcio, per fortuna, perse l’ascendente che aveva sempre avuto sul cittadino medio e i calciatori, che un tempo abitavano gli album delle figurine, iniziarono a lottare con le murene.
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Illustrazione di copertina di Gianluca Sturmann