Taziki | prefazione
Max Di Palma - 07 novembre 1999
A che ora sarai finalmente online?
Beh oggi, arrivato al XX capitolo, e non avendo nessuna idea di come sviluppare il principio dell’Incognita, mi sono deciso a scrivere qualcosa di personale riguardo alla stesura di questo delirante computer - scritto.
Allora, come cavolo può venire in mente a qualcuno di scrivere una cosa del genere e perché?
Questo è il punto, non c’è un perché e non vedo perché ci dovrebbe essere.
Una volta un amico, obiettore totale al servizio militare, scrisse in un Fanzine che curammo con alcuni amici: «il perché di questa fanza? Perché tutte le cose devono avere un perché? Forse che gli alberi hanno un perché? O le stelle, gli animali e le altre cose lo hanno?» Le cose hanno una causa, ma il perché lo cerchiamo noi.
Beh l’idea del libro è stata del fantastico Pat nel periodo in cui io stavo a Londra.
Un giorno, credo nell’Ottobre 1998, se ne esce con un messaggio in Internet che diceva:
«Senti che ne penseresti di scrivere un libro o una serie di racconti? Potremmo scrivere un pezzo per uno, mandarcelo via e mail e pubblicarlo man mano che si sviluppa sul sito che io curo.»
Io non pensai seriamente di essere capace di scribacchiare più delle solite mie dieci righe di pazzia e non se ne fece un cavolo lì per lì.
Ma, dopo una mia successiva visita in Italia e a Pat, l’idea rinacque e, tornato alla mia stanza in affitto in Hackney, una sera particolarmente fuori di testa, mi dedicai alla stesura della stupida prima pagina.
Devo dire che, come sempre, non avevo assolutamente idea di quello che stavo per scrivere e nemmeno me ne volevo fare una.
La cosa strana che successe è che la storia di Taziki mi prese!
Non so bene come il meccanismo funzioni, ma ci sono giorni in cui Taziki mi sembra fare lontanamente parte di me e mi sembra che la sua realtà non sia altro che una delle mie solite esasperazioni deliranti delle cose che mi dicono e vedo. lo, potete chiederlo a tutti quelli che mi conoscono, esagero sempre, e molte delle cose che faccio possono diventare dei deliranti sovversivismi.
Cosicché ecco Rimpiattino Virtuale.
Scriviamo normalmente un paio di capitoli alla volta a turno io e il Pat e ce lo mandiamo via Internet.
L’idea del personaggio Ron Taziki, tecno emigrato Bhutanese mi nacque per la maggior parte dopo un piccolo episodio di me, tecno emigrato italiano e di un emigrato cinese che mi portava i noodles e gli involtini primavera quando io ero troppo scazzato per cucinare dopo un giorno di lavoro. Aggiustavo telefoni pubblici nel sud di Londra, in mezzo a junkie da crack che mi spaccavano le scatole con le loro minchiate, oltre che i telefoni…
Non per dire che non facessero bene a spaccarli, anzi… molti di loro erano abbastanza inconsapevoli del fatto, ma il vandalismo delle cabine telefoniche private è una forma diretta di boicottaggio delle multinazionali delle telecomunicazioni le quali, si stanno impadronendo del mondo! Il problema è che i poveri Subclasse che volevano chiamare per rispondere a una inserzione di lavoro in qualche impresa di pulizia non potevano, a meno che non ci fosse il tecno immigrato (io) in giro con i suoi cacciaviti comprati in qualche negozio tutto a mille lire. Ma ritorniamo a Taziki, che diavolo centra il ragazzo delle consegne del ristorante cinese? Beh, una sera gli spacciatori di ero e crack che vivevano di fronte a casa mia, a fianco di casa mia e sopra casa mia esagerarono un pochino con il delirio e gli ordinarono un sacco di cibo, quando arrivò lo assalirono a botte e gli rubarono le chiavi della moto e tutta la pappa buona cinese.
Il collega immigrato, conoscendomi per le continue chiamate in cui alla consegna, molte volte mi presentavo a lui in abito da lavoro, avendo forse un po’ di fiducia e confidenza si rivolse a me in cerca d’aiuto perché, volendo chiamare il suo capo al telefono non sapeva come poter lasciare la stupida moto da delivery boy perché gli stronzi gli avevano fatto saltare le chiavi e, sapendo che erano ancora in giro, gli avrebbero fatto saltare anche la moto.
Cosicché visto che il tipo mi era simpatico e visto poi che mi assomigliava un po’ in quanto a demenza (quando ci vedevamo per una consegna dicevamo sempre le stesse cazzate da tecno emigrati, cose del tipo: è difficile farsi amico uno di qua o fa molto freddo in UK) e, visto che ero ancora fuori dalla sera prima, gli dissi che lo aiutavo.
Gli concessi l’uso del telefono e mi piazzai nel mezzo della piazzetta del palazzo vicino alla moto con in mano la spranga di ferro che avevo pensato potesse servire per eventuali situazioni.
Li vidi aprire i ballatoi e richiudere le porte illuminati dal riflesso della luccicante spranga d’acciaio.
Ma questo non era il nesso, il nesso è che io e l’altro tecno immigrato rompemmo una specie di incantesimo che la tipica asocialità precostituita delle grandi città ci aveva fatto. Non so bene come, ma forse Taziki nacque proprio in quel momento…
Beh, comunicammo e ci aiutammo, mi fece persino vedere sulla mia cartina appesa in sala di che parte della Cina fosse e, oltretutto, quella sera nessuno gli ha fottuto la moto. La gente del palazzo iniziò a guardarmi e trattarmi in altro modo, le vecchie alcolizzate madri degli spacciatori che tutte le sere si riunivano a bere bottiglioni di sidro da due litri urlando nel portone, presero a salutarmi con «Hi Sweety how are u?» Ma questo non è ancora il punto, non lo so più qual è il punto, non lo ho mai saputo, magari Taziki mi aiuterà a scoprirlo? Forse vi ho raccontato un fatto precedente alla sua stesura solo per rendervi coscienti di quella che era la mia situazione mentale di quando iniziai a scrivere di Taziki. Tutti o quasi i fine di settimana andavo a tecno raves in qualche fabbrica squatteata sul momento, di norma ci sballavo bene quando c’erano gruppi di DJ tecno come i Liberator, ma preferivo il Gabba e la Jungle.
Finivo di norma la domenica sera completamente fuso, pronto a ripartire il lunedì per un’altra delirante settimana di Internet la notte e lavoro nelle derelitte cabine del sud di Londra la mattina…
Cosicché quel pomeriggio mi uscì Taziki dal cervello, e la prima cosa che fece fu accendere la trivisione e sputare catarro industriale dalla sua finestra.
Mi piacerebbe che capiste che non voglio rompervi le scatole con il mio delirante ego, non me ne frega molto di cosa pensiate di me e non penso che a voi ve ne freghi niente di cosa penso di voi. Sappiate solo che gioisco ogni volta che vi vedo sorridere e sono contento che internet ci abbia fornito il modo di comunicare senza guardare le nostre tristi facce…
Il libro in alcuni suoi punti può risultare difficile da seguire e questo dimostra il fatto che non è stato scritto solamente per essere una nostra ego-pubblicità,
ma anche una ricerca personale, un viaggio nella scrittura casuale dell'inconscio.
Comunque i temi di cui tratta sono per la maggior parte fantascientifici, viaggi mentali, trip da droga e riflessioni mistico-religiose e politiche.