viteinceppate*

patrizio pinna - vite inceppate ebook
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Vite Inceppate (pdf)
Romanzo - 277 pag.
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Vite Inceppate
Romanzo - 277 pag.
Brossura, copertina morbida
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il risveglio
1
Ore nove. Di nuovo aggrappato al volante, mentre la strada scivola sotto le ruote del furgone. Tre settimane di ferie sono passate in un lampo - com’era prevedibile - mentre in un baleno rifaccio mie le abitudini che credevo sfocate nella vacanza. Sono di nuovo online, volente o nolente, a dar via il mio tempo per pochi spiccioli, e non perché ce ne sia realmente bisogno - nessuno muore di fame in Europa - ma perché quasi tutti i suoi abitanti non hanno vite brillanti a cui dedicarsi.
il mezzo
3
Il furgone è un buco nero che annichilisce qualsiasi entusiasmo, al volante, la città, torna a essere quella di tutti i giorni – girata e rigirata in ogni dove – incapace di stupire come una chitarra senza corde. I negozi e gli uffici, coi quali catalogo strade e percorsi, sono acquari che sfrecciano ai lati del mio campo visivo. Gli impiegati sono pesci, che dentro simili vasche guardano alla vita senza parteciparvi. La busta paga sigilla l’unica via di fuga come il nastro della polizia americana: Police line do not trepass. Ma sopra dovrebbe esserci scritto: attenzione, questa porta conduce alla vostra esistenza, non oltrepassatela. Anch’io sono un pesce, aggrappato a un volante e rinchiuso in un piccola boccia con le ruote. Salto da un acquario all’altro, e questo mi dona una leggera sensazione di superiorità di cui a volte mi vergogno. Non posso stupirmi che la gente sprechi la propria esistenza – in Italia in special modo – quand’io per primo non sono in grado di nuotare controcorrente.
blues house
5
Il Blues House non è più quello di una volta, veramente non è più nemmeno il Blues House, visto che il nuovo padrone gli ha cambiato nome, ma è pur sempre raggiungibile a piedi e con i tempi che corrono non è roba da poco.
Da quando i Sert e le varie istituzioni hanno esaurito i tossici – più o meno a metà degli anni novanta – il governo ci s’è dovuto mettere di buzzo buono per capire come provvedere agli stipendi di eminenti dottori che non dovevano far altro che prescrivere un po’ di metadone e alla fine, grazie a una ridicola caccia alle streghe a reti unificate, alla patente a punti e a livelli alcolemici ridicoli, hanno creato un nuovo bacino d’utenza che non solo giustifica tali poltrone, ma che le finanzia direttamente. Negli anni ottanta, quando gli eroinomani prolificavano, non ricordo una sola contravvenzione per chi guidava sotto l’effetto dell’eroina. Certo quei poveracci già faticavano a stare in piedi dopo una pera, visto tutti gli psicofarmaci con cui tagliavano la roba – quando andava bene – ma non posso credere che mai nessuno si sia messo al volante dopo un cannone o sul finire di un trip. Solo che a quei tempi, giustamente, il tossico era un individuo da aiutare, adesso, invece, chi si fa una birra è un coglione da sfruttare.
Per questo quindi, quando proprio non ho voglia di trascinarmi fino in circonvallazione o a Camogli – dove però non posso bere più di un paio di colpi – scendo al vecchio Blues. In effetti non ci vado quasi più, ma oggi il pomeriggio è scivolato via liscio come l’olio e l’euforia per la scenetta nel pollaio mi ha dato la carica per un paio di aperitivi nel posto che un tempo era la mia seconda casa.
ai merli
8
Paolo mi riserva il tavolo più vicino al bancone, è un posto da quattro, ma qui dentro sono sempre privilegiato, poi stasera non c’è il pienone. Da qui posso intrattenermi con lui nella conversazione senza dover urlare concetti che non interesserebbero nessuno da una parte all’altra del locale. La bottiglia di Navicello è già aperta e mi aspetta accanto al cestino col pane fresco e i grissini di Torino, quelli veri, non quelli confezionati. Paolo è uno dei pochi che non mi tormenta con le domande su mia madre, forse non se ne ricorda, forse sì, questo non saprei dirlo, tuttavia non mi tedia con la terminologia di rito che sembrano dover usare i parenti, per esempio. Di questo gli sono grato. Stasera ho l’animo leggero, lo spiraglio di luce intravisto in fondo al tunnel mi ha donato una bella scarica di ottimismo e non ho voglia di impantanarmi nella solita retorica. Non credo gliene freghi a qualcuno di come riesco a tirare avanti al momento, ovvio tutti si prodigano in domande, ascoltano attenti assentendo con la testa cercando di non sbadigliare e si offrono in aiuto nel caso ce ne fosse bisogno… che cazzo, vorrei avere la faccia, un giorno, per accettare l’offerta di qualcuno e mollarlo alle prese con pannoloni pieni di merda e altre schifezze. È un circolo, prima o poi ci si capita tutti, perlomeno chi ha la fortuna di sopravvivere ai propri genitori, inutile farla sembrare un’inenarrabile catastrofe. Nasciamo – a volte viviamo – e poi si muore: nulla di più naturale, tuttavia di dover andarsene tendiamo a dimenticarcene subito.
Molti, purtroppo, si dimenticano pure di vivere.
l’ufficio
2
Sono quasi sul punto di entrare, quando attraverso l’angolo delle vetrine vedo Federico sull’altro lato del palazzo, come al solito lui passa da dietro, molla la borsa in officina, va in bagno e poi a fare colazione, solo a questo punto è pronto al contatto visivo. Io e lui siamo gli unici ad aver legato qui dentro, sappiamo fare bene il nostro lavoro e non ci raccontiamo quella dell’uva a vicenda. Quando entrambi siamo in buona, la mattina, ci facciamo due chiacchiere raccontandoci la serata e ci beviamo un caffè. Di solito non adoro il caffè del bar, mi piace berne tanto e forte, non poco e bruciacchiato, quindi lo prendo a casa, ma per far due chiacchiere con lui – rimandando l’ingresso in scena – faccio un’eccezione. A volte, se la notte prima c’ho dato dentro, lo accompagno solamente. Ormai i baristi sanno che prima devono chiedere se lo voglio anch’io o meno. Quando l’intestino è a puttane è meglio non allagarlo di roba bollente.
il cliente
4
Posteggio il furgone alla cazzo nel grande piazzale davanti all’ingresso, giusto per rompere un po’ i coglioni, poi entro. Al solito il tipo è al telefono e mi saluta con un cenno della mano, parlando maleducatamente un po’ con me e un po’ con il tipo dall’altra parte del ricevitore che inizia a non capirci più nulla. Non si preoccupa nemmeno di chiedergli scusa, incrociando le conversazioni con completa incuranza. No problem, tanto nemmeno lo ascolto. Vedo le sue labbra muoversi ma non sento nulla, sto montando un film nella mia testa e non ho bisogno della
colonna sonora. Il film è sempre lo stesso, ogni volta mi chiedo che fine possano aver fatto i due impiegati precedenti.
le segretarie
6
Una segretaria mi scorta fino alla copiatrice nell’ultima stanza in fondo al corridoio, dove gli avvocati si recano per prendere il caffè alla macchinetta o per fumare sul poggiolo da quando è uscita la legge. La seguo invaso dai miei soliti – stereotipati – pensieri. Ogni volta la stessa storia. In tutti gli studi associati – in ogni tempo e in ogni dove – esistono segretarie quarantenni, senza fede al dito né prole, abili dattilografe frustrate per aver perso il treno, ripetutamente, da vent’anni a questa parte. Nessuno studio fa differenza, mai. Prima o poi al bar incontrerò un sociologo con cui parlarne.
il ricovero
7
Finalmente nel pomeriggio, dopo aver abbandonato il mio collega carico come un mulo sulle alture di San Fruttuoso, riesco a fare un salto in riabilitazione per vedere la nuova sistemazione di mia madre. Ho dovuto minacciare il primario e una geriatra – ironia della sorte, poco più che ventenne – per ottenere questo ricovero. Dopo un mese di letto e catetere, in un’immobilità pressoché totale, i medici me la volevano rispedire a casa come se niente fosse, pur sapendo benissimo che viveva da sola. Benvenuti nel Sistema Sanitario Nazionale. Per fortuna, anche se in ritardo, ho capito che a volte bisogna abbandonare la classe a favore di un linguaggio più comprensibile ai semplici. Come per i cani ogni tanto bisogna mostrare chi è il più forte per ottenere rispetto.
Il padiglione del centro di riabilitazione dove l’hanno trasferita – senza nemmeno avvisarmi – è al quarto piano di una grossa struttura sulla collina di San Fruttuoso. Più vorrei allontanarmi da lei, più me la trovo vicino. Il cordone ombelicale che dovrebbe essere stato reciso molto e molto tempo fa sembra essere diventato un elastico.
la direzione
9
Una volta credevo di averne una: dritta come un fuso, che mi avrebbe condotto fino alla fine del viaggio.
Mi sbagliavo.
Sentivo d’essere sul punto di addormentarmi, ma non riuscivo a fermarmi, e non perché non ne avessi il tempo. Lei tentò di tenermi sveglio, ma alla fine fece la cosa giusta: se ne andò. La cosa più strana fu che l’ammirai, quando lo fece. Ero maledettamente fiero di lei. Anche se non glielo dissi mai. Più di una volta tentò di mettermi al corrente di ciò che provava, ma non riuscii a capire come mai una promettente strizzacervelli, dopo tutti i sacrifici fatti, sentisse il bisogno di cambiare. Da lì a poco, pensavo, avrebbe iniziato a mettere a frutto tutto quello per cui aveva studiato tanto, e la sua vita – e di rimando la nostra – sarebbe cominciata. Per sua fortuna, però, lei era cosciente d’aver cominciato a vivere dal primo vagito, e non dal primo consistente bonifico. La cosa più buffa è che ero io che avevo sempre millantato le gioie del vivere in Olanda, ero io che a parole mi sarei trasferito ad Amsterdam, anche se unicamente per potermi bombardare tutti i santi giorni senza problemi, ma alla fine, dopo quasi un anno di separazione, fu lei a partire.
E nemmeno fumava.
la fuga
10
Esco da Central Station che non è ancora ora di cena. A quest’ora, normalmente, starei cercando di scrollarmi di dosso la polvere di un’altra giornata buttata nel cesso. Strano quanta strada si possa percorrere in così poco tempo. Tutto quello che fino a poco tempo fa era il mio mondo, adesso, sembra lontano anni luce. Complice una distanza che non è nemmeno tale.
La libertà è uno stato mentale.
M’incammino senza una direzione, rapito dall’atmosfera della serata in embrione: le luci, i colori, i profumi e l’eccitazione che percepisco nell’aria. Il week end è alle porte.
Sono già stato qui parecchie volte, conosco le strade, i bar e i migliori coffeshop, ma non ho nessuna voglia di accendere il cervello e tracciare un percorso. Allora era diverso: ero un semplice turista, ora sono un viaggiatore. Il fatto di non possedere nemmeno un bagaglio conferma la mia teoria.
È questa la mia prima volta...