presedicoscienza*

patrizio pinna - prese di coscienza ebook
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Prese di coscienza (mobi)
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Prese di coscienza (pdf)
Romanzo - 242 pag.
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© 2004 - Patrizio Pinna
Illustrazioni di Chiara Adorno
Tutti i diritti riservati

Prese di coscienza
Romanzo - 242 pag.
Brossura, copertina morbida
Al momento non disponibile
© 2004 - Patrizio Pinna
Illustrazioni di Chiara Adorno
Tutti i diritti riservati

*
Il prezzo si riferisce alla versione digitale in vendita su Amazon e su Kobobooks. Edizione in brossura al momento non disponibile.
istruzioni per l’uso
Nessuna precauzione particolare.
Viste le atmosfere oniriche si consiglia di leggerlo con un sottofondo appropriato. Einstürzende Neubauten, per esempio.
il risveglio
1
Sono sveglio. Non ricordo dove sono e nemmeno chi sono. Ho gli occhi appiccicosi e il rumore del traffico nelle orecchie. Mi porto una mano al viso e realizzo: sono in macchina e c’è vomito dappertutto. Spaventato cerco di mettere a fuoco. La mia auto è posteggiata malamente in una via principale, con due ruote sul marciapiede, nella corsia sbagliata. Gli autobus mi puntano e gli autisti mi guardano di traverso. Un senso di nausea mi scuote, ma non ho il tempo di aprire la portiera. Vomito sul sedile già sporco. C’è qualcosa di strano nel mio riversamento. Mi faccio forza e allungo una mano per capire: pillole rosse accompagnano quelli che devono essere gli avanzi di una cena. Cosa diavolo posso aver combinato?
acquari
2
Vago a caso per i vicoli cercando un po’ d’ombra. Accanto a un portone noto l’insegna di un medico generico, sono quasi tentato di farmi strada nel suo studio per cercare aiuto, ma la categoria non deve aver mai riscosso la mia simpatia quindi tiro avanti. Mano a mano che cammino le vetrine sfumano ai lati del mio campo visivo, i commessi sembrano tanti pesci rossi, che guardano la vita senza parteciparvi, rinchiusi nei loro acquari. A poco a poco il disagio sembra migliorare: la testa mi duole sempre, ma il dolore generale che mi ha accompagnato dal risveglio comincia a scemare, forse gli effetti di tutta la robaccia che devo essermi fatto iniziano a perdere d'intensità. Nei pressi dell’università m’imbatto in una folla di ragazzini agghindati da alternativi, dev’essere un giorno feriale, penso, e magari in qualche acquario qualcuno mi starà aspettando.
il cacciatore
5
Sto male, avverto il disagio come una presenza. Come se un cacciatore, nascosto dietro qualche cespuglio, mi stesse mettendo a fuoco nel mirino del suo fucile. Scappo. In mezzo alla gente, credo, potrei ritrovare un minimo di sicurezza, al bancone di un bar, in mezzo agli altri avventori, dovrei sentirmi più al sicuro. A passo veloce tento di far sfumare il verde alle mie spalle, sul braccio la lucertola è svanita, non ho mai avuto allucinazioni del genere, almeno credo, vorrei veramente sapere che cosa mi sta scorrendo nelle vene. Mi tasto il torace, tutto mi duole: il cacciatore deve avermi trovato.
punti di vista
7
Una grande moltitudine di concetti invadono le autostrade della mia psiche, devo avere studiato qualcosa sull’argomento, credo, non credo che tutto quello di cui mi sto riappropriando sia frutto di allegre serate in birreria. Penso che se potessimo vedere il nostro mondo in una differente gamma di frequenza tutto parrebbe piuttosto diverso da quello a cui siamo abituati. Se i nostri occhi funzionassero a raggi X, il nostro pianeta sarebbe popolato da scheletri, i muri delle case sarebbero trasparenti e persino una fetta della superficie terrestre non potrebbe essere individuata. Galleggeremo dunque nello spazio, ma non perché capaci di farlo, semplicemente perché incapaci di vedere quello che ci sorregge. La privacy non esisterebbe più e il nostro stile di vita sarebbe ben diverso. Se ci concentrassimo invece sugli infrarossi vedremmo i nostri simili come nubi, noteremmo gli sprechi energetici e le perdite di calore. Utilizzando mano a mano diverse frequenze vedremmo quello che ci circonda in maniera sempre diversa, muteremmo così la percezione del nostro microcosmo arrivando persino a far diventare invisibile qualcosa che prima non lo era e viceversa. Tuttavia andiamo avanti, consci dell’inganno che la vista perpetra ai nostri danni, stiamo davanti a una tela enorme, un quadro che inconsciamente conosciamo tutti a cui abbiamo deciso di avvicinarci troppo per mettere a fuoco solo un singolo frammento. Crediamo che quello che vediamo sia tutto e cerchiamo di dare una spiegazione a ciò che abbiamo eliminato dal campo visivo. Potremmo essere completi, perché è così che siamo nati circa tredicimila anni fa, ma qualcosa o qualcuno ci ha tratti in inganno. Qualcuno che possiede la nostra immagine riflessa.
il sogno
8
«Andiamo per ordine, crede davvero di non capire il suo sogno? Lo ha razionalizzato lei stesso: lei era piccolo e ha sofferto della mancanza di una figura paterna a cui ha voluto bene incondizionatamente, com’è ovvio che sia in casi normali, ma adesso finalmente è cresciuto, tanto che suo padre abbracciandola non la riconosce. È ovvio che non possa farlo, perché lei non è più il suo bambino, è cresciuto, ed è pronto a sua volta per diventare padre, il testimone di cui parlava è stato passato. Oppure...»
dubbi
9
Forse ha ragione lo strizza, forse inizio ad avere paura. C’è qualcosa ben nascosto dentro di me, lo sento. L’ingorgo costante che popola le strade della mia psiche m’impedisce di raggiungerlo, ma esiste. Forse nascosto sotto il livello stradale, nelle fogne, relegato assieme a tutti i momenti imbarazzanti e le scelte sbagliate, forse nascosto nel cuore, come un sentimento col quale non sono pronto a fare i conti o forse, e più probabilmente, perduto nel labirinto della mia memoria ormai ridotta in poltiglia come una marmellata di neuroni da cui ogni tanto riesco ad attingere una cucchiaiata, senza per questo arrivare mai alla fine del barattolo. È vero, ho paura, perché in principio ero puro: un neonato senza contaminazione alcuna che guardava di nuovo e per la prima volta il mondo, che pensava poter avere uno scopo, una meta, un lavoro da compiere, fosse solo esistere sino alla fine del proprio tempo. Mentre ora, cucchiaio dopo cucchiaio, ho perso la purezza. Non vedo più la meta, non vedo liberazione, non vedo altro che delirio. Per quanto cerchi di rimanere aggrappato al razionale, tutto quello a cui sto assistendo non è altro che una voce nel buio che continua a sussurrarmi all’orecchio le solite due parole: sei pazzo... sei pazzo... sei pazzo...
flashback
3
Mi ritrovo in un supermercato di prodotti per animali, sto spingendo un carrello pieno di scatolette e croccantini per dar da mangiare a tutta la combriccola. Al gatto che vive con noi compro roba di marca, roba chic che costa discretamente, per gli altri, purtroppo, acquisto scatolette dozzinali, pena l’indigenza. Il carrello è pesantissimo, con tutti i gatti che popolano il poggiolo partono almeno tre scatolette al giorno. Il gatto grigio non si muove più da lì, non va più sulla collina, non ne può più di fare il randagio. Se ne sta tranquillo sul balcone tutto il santo giorno e sono costretto a costruirgli una cuccia per i mesi freddi o per quando piove. Anch’io vorrei starmene tranquillo come il grigio, probabilmente tutti lo vorremmo, ma non ci sono abbastanza poggioli per noi, né gente che ci fornisca scatolette.
l’incontro
4
Elenco sul foglietto delle ordinazioni le tappe della mia giornata: il risveglio in macchina, il primo bar, il prato dietro allo stradone, le siringhe per terra e buona parte degli avvenimenti, almeno fino a quando una ragazza, visibilmente confusa, si lascia cadere sul divano sul quale sono seduto. Bruna e carina, nonostante gli occhi gonfi e l’aspetto trasandato rivelino una certa propensione al bicchiere. Magari il suo non sarà un vizio, ma al momento, e senza ombra di dubbio, è gonfia.
«Giornata storta?» chiedo per rompere il ghiaccio.
La ragazza alza lo sguardo, come se ancora non si fosse accorta della mia presenza e si guarda un poco intorno, come per essere sicura che parli con lei.
«Senti da che pulpito...» risponde.
In effetti non sono da meno, cinque, sei vetri sulle spalle, sporco e senza memoria, due relitti scampati a chissà quale tempesta si trovano per un attimo vicini sulla spiaggia deserta di un’isola senza nome, qualche frase di circostanza e nulla più. Entrambi vogliamo andare alla deriva da soli, almeno questa è la sensazione. Non voglio aggrapparmi a qualcuno per cercare di dividere il disagio, voglio andare fino in fondo da solo, come sempre, credo. Arrivare in fondo e riemergere.
«Sono messo tanto male?»
«Ne ho visti di peggio.»
«Bella consolazione... Non so nemmeno come mi chiamo, non ricordo nulla.»
«Beh, io invece farei volentieri cambio con te.» concluse vuotando il vetro che teneva in mano e alzandosi.
«Aspetta,» urlo attraverso il locale, «sei appena arrivata, non scappare… Non mi hai nemmeno detto come ti chiami.»
La ragazza si ferma un attimo sulla soglia, con la mano regge la porta a vetri aperta verso l’esterno del bar, guarda nella mia direzione e sorride:
«Non ricordi il tuo di nome, perché vorresti ricordare il mio?»
lo strizzacervelli
6
Un fremito mi scuote, ma non indietreggio. Da una porta laterale sento il rumore dell’acqua corrente, attendo qualche secondo poi la porta si apre e il mio uomo fa il suo ingresso nella stanza asciugandosi le mani, non sembra sorpreso di vedermi. Mi scruta un poco poi mi fa cenno di sedermi:
«La stavo aspettando.»
Mi siedo di fronte a lui, la poltrona è comoda e distante dalla scrivania abbastanza da stendere le gambe. Giro un poco su me stesso per prendere una panoramica della stanza che realizzo essermi famigliare:
«Dove mi trovo?» chiedo.
«Perché non me lo dice lei?» replica con fare gentile il mio uomo.
«Lei è uno strizzacervelli vero? E io sono pazzo...»
«Sì e no... Io sono uno strizzacervelli questo è vero, uno psicologo per la precisione, ma non credo che lei sia pazzo.»
Quest’affermazione un poco mi rincuora. L’uomo dall’altra parte della scrivania ha i capelli chiari e gli occhi azzurri, veste sportivo con una polo sotto un maglione dallo scollo a V. L’età è indefinibile, potrebbe avere dai quarantacinque ai sessant’anni. Il suo viso non sembra scrutarmi come avrei pensato potessero fare gli strizza e mi sento a mio agio, tolto ovviamente l’inquietante barattolo di pillole sulla scrivania, mi ispira fiducia, ed è strano perché non credo esistano molte persone a farmi quest’effetto, soprattutto non mi incute timore e dopo tutto quello che ho passato non è cosa da poco. Di colpo ho la netta sensazione di aver già incrociato il suo sguardo, sono convinto che lui conosca le risposte che a me sfuggono, sono convinto che lui conosca la verità, per cui vado subito al sodo:
«Lei sa chi sono vero?»
«Sì.»
la direzione
10
C’è solo una cosa che ancora non riesco a comprendere, come abbia trovato uno strizzacervelli in un universo in cui, come già aveva affermato la ragazza del bar, saremmo dovuti essere soli?
Senza voltarmi dunque rivolgo al mio uomo l’ultimo quesito:
«Ma lei, chi è?»
Un attimo di silenzio precede la voce dello strizza:
«Davvero ancora non l’hai capito?»
La porta si chiude. Mi ritrovo nel limbo, confuso e senza possibilità di replica. Perché dunque, per la prima volta, lo strizzacervelli mi si è rivolto dandomi del tu? Cos’è che avrei dovuto capire e che ancora mi sfugge?
Sono fuori. Un brivido mi scuote realizzando finalmente che il sole sta calando dietro all’orizzonte donando un alone rossastro al panorama creato dal mio centimetro quadro di psiche. Per quanto il destino mi sfugga sempre, per la prima volta, rinchiuso in un incubo che forse non è nemmeno tale, mi sento padrone della mia esistenza. Penso al mio alter ego là fuori, intrappolato anch’esso in un delirio senza però averne coscienza, alle prese con il desiderio di gratificazione e alle altre mille manifestazioni di un ego che potrebbe ritardargli la comprensione oltre ogni dire. Penso cosa potrebbe succedergli se anch’esso non dovesse sviluppare schemi di pensiero simili ai miei, se non riuscisse a fermarsi abbastanza da entrare in contatto coi propri sentimenti e realizzare ciò che davvero vuole. Non sto giudicando, non è di un estraneo di cui sto parlando, ma di me stesso, perlomeno di quella parte che forse non possiede ancora coscienza di sé.
Di colpo tutto è chiaro, c’è solo un modo per aiutarlo: far fallire l’esperimento.
Se l’errore è il motore della conoscenza allora non devo far altro che cercare di creare i presupposti perché quest’errore si compia...