mitote*

patrizio pinna - mitote ebook
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Mitote (mobi)
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Mitote (Chinaski 2004)
Romanzo - 144 pag.
Brossura, copertina morbida
€9,00 - In libreria
© 2004 - Chinaski Edizioni
Tutti i diritti riservati

*
Chinaki Edizioni, 2004
ISBN 88-901331-0-4

patrizio pinna - mitote ebook
9,00
istruzioni per l’uso
Nessuna precauzione particolare.
Si consiglia di leggerlo con un sottofondo bebop.
epilogo
1
Fermati un attimo e siediti. Devo raccontarti una storia, una storia cominciata molto tempo fa, in un luogo dove la vita si svolgeva sottoterra e le alienazioni si coltivavano come gerani. Tempi bui, in cui la scintilla alla base della vita non produceva più nessun calore. Tempi avari di emozioni e sentimenti, tempi in cui cinque amici, giovani ed incoscienti, camminavano fianco a fianco al disagio. Tempi in cui l’alcool scorreva come fiume in piena dove questi nuotavano senza meta. Tempi in cui la saggezza non era che un astrattismo fine a se stesso e la storia studiata a scuola non combaciava con i racconti degli anziani.
Avrai già sentito decine di racconti sull’argomento, ma questo è il racconto, e questo è il momento giusto. Porta pazienza dunque e rilassati, non ti ruberò più di qualche ora e cosa vuoi che sia adesso che il tempo è nostro alleato. Il linguaggio non sarà dei migliori, ma andrà maturando con lo svolgersi del racconto, proprio come successe ai protagonisti. Verso la fine potresti quasi trovarlo accettabile. Verso la fine capirai perché questo è il momento giusto, capirai perché nulla non debba mai essere affidato al caso anche se son sicuro che tu questo l’abbia capito... molto, molto prima di me...
Sbrighiamoci dunque perché non possiedo che una scatola di tabacco e senza berne il fumo il racconto potrebbe risultarne confuso. Non lasciarti ingannare se le mie pause dovessero farti credere ch’io sia volato tra le braccia di Morfeo, ciò non accadrà. Terrò gli occhi chiusi, è vero, ma solo perché mi è difficile tornare su vecchi sentieri persi nella memoria. Non voglio che il presente contamini in qualche modo i posti in cui sto andando.
la partenza
3
Stavo per essere riassorbito dai pensieri quando una forte scossa mi destò. Stavano scaldando i reattori. Una voce femminile, rauca ma sensuale, ci diede le istruzioni per prepararci al decollo. Allacciare le cinture di sicurezza non fu un’operazione semplice per cinque ubriachi. Un altro scossone, questa volta più forte, seguì il rumore dei reattori. Sentii un pugno allo stomaco della durata di parecchi secondi. Che strana sensazione pensai. Nessuno mi aveva mai picchiato prima, non ero mai stato su uno shuttle, non avevo mai volato né tanto meno camminato sul plastico. Ero spossato, non avevo mai provato tante emozioni in così poco tempo, d’altra parte che emozioni si potevano provare nei livelli? Quali emozioni poteva fornirci un luogo in cui si respirava aria trattata chimicamente ed i paesaggi fuori dalle finestre non erano che ologrammi? Nei livelli non avremmo mai saputo cosa voleva dire aprire un’imposta la mattina presto, quando l’aria pungente ti strappa dagli occhi le ultime briciole di sonno. Nei livelli conoscevamo solo il sonno, profondo e per nulla ristoratore.
Era vero in fondo quello che avevamo letto? Se fosse stata solo opera di menti fantasiose, che mondo sarebbe stato il nostro? Doveva essere vero, ne ero sicuro, altrimenti non avremmo avuto ragione di esistere. Il Samsara sarebbe diventato una giostra da baraccone ed i nostri idoli degli imbonitori. Di punto in bianco ebbi la risposta.
andrea
6
La ragazza si chiamava Andrea, ci riaprì la serranda e accese le luci. Comprammo pane, formaggi, frutta secca, salsicce, birra e una bottiglia di whisky di scarsa qualità. Andrea ci impacchettò gli acquisti, pagammo e ci fece perfino lo sconto, aspettammo quindi che richiudesse tutto e ci incamminammo verso casa sua parlando del più e del meno. Andrea ci raccontò che non era del pianeta, d’altra parte nessuno lo era, su Frieden non c’era nemmeno un ospedale. Il pianeta era stato atmosferizzato da pochi anni per smaltire meglio il traffico aerospaziale, era solo un pianeta di passaggio, non aveva una storia e non l’avrebbe mai avuta. Andrea era scappata dalla Terra due anni prima in seguito ad una delusione amorosa, aveva trovato lavoro in questa specie di emporio anche se la cosa non sembrava piacerle affatto. Aveva ventisei anni, ci disse, e l’impressione di buttare via la sua vita. Era qui solo di passaggio, pensai, aspettava la spinta che le avrebbe fatto riprendere il cammino. Avevo l’impressione che si lasciasse camminare il tempo addosso e su questo eravamo simili, ma in lei vi era poca rabbia e troppa autocommiserazione, mancava la scintilla. La guardai negli occhi un po’ più a lungo ed ebbi una visione: era una drogata. Non nel vero senso della parola, ma come il drogato sfugge alla realtà con l’ausilio della chimica, lei ne era sfuggita materialmente, aveva lasciato irrisolti i suoi problemi sulla Terra e su Frieden si limitava a sopravvivere. Ebbi un’improvvisa compassione per lei, avrei voluto prenderla per mano, per portarla via o magari renderla partecipe della nostra avventura. Avrei voluto troppe cose. Ma chi ero io per stabilire quello che era giusto o sbagliato per una persona?
la prova
8
Il tempo volò, percorremmo una bella distanza quel giorno e quasi senza rendercene conto. Passo dopo passo la nostra sicurezza aumentava, sapevamo di essere ben accetti. Ragionavamo irrazionalmente ormai e la cosa non ci spaventava affatto, tutti eravamo convinti che quello di poco fa non fosse un normale acquazzone estivo, ma una specie di incantesimo opera di qualche stregone. È strano, pensai, come può cambiare una persona in così poco tempo, se nei livelli qualcuno mi avesse raccontato una cosa del genere lo avrei preso per matto. La vita può essere vissuta a diversi livelli, tutto è relativo e l’unica cosa certa è che non esistono certezze. Nessuno può sedersi e pensare di essere arrivato, perché il traguardo non esiste o meglio, il traguardo sta sempre avanti a noi. È spaventoso, pensai, anche se questa è una contraddizione in termini, visto che di paura ormai non ne rimaneva neanche l’ombra, la sentivamo certo, ma solo a livello emotivo. Non era più la paura che intendevamo nei livelli, quella di adesso era un semplice emozione, una pulsione che ci spingeva ad andare avanti con rinnovata energia, niente più paura nella concezione classica del termine. Avremmo potuto stringere le zampe al più terribile degli animali se si fosse avvicinato in modo calmo e amichevole.
«Così se ti strappa una mano non dovrò più sopportare la tua musica.»
Rabbrividii, Danilo aveva formulato la risposta ad un mio pensiero. Una strana confusione avvolse la mia mente. La paura che un secondo prima pensavo mi avesse abbandonato mi donò un gelido abbraccio. Dovetti usare tutto il mio autocontrollo per scrollarmi dalla spina dorsale la stalattite di giaccio con cui mi sentivo pugnalato. Ognuno era in grado di percepire i pensieri degli altri. Vidi Antonio stranamente allegro passeggiare intorno a noi saltellando, mi concentrai su di lui e captai ricordi confusi di vecchie puntate di un’antica serie televisiva di cui eravamo innamorati, cose del tipo: non sono un numero, sono un uomo libero.
Fede non parve turbato, si avvicinò invitandoci a tornare qualche passo indietro.
l’attesa
2
Ero seduto a un tavolo sul fondo del locale, il posto migliore dove la musica non era che un lieto sottofondo ai miei pensieri. Stavo ascoltando You can’t always get what you want, la mia Guinness sintetica teneva compagnia ad un vetro vuoto della medesima. Ero lì da quindici minuti e bevevo di gusto, come sempre del resto, ma questa volta avevo una strana sensazione, come se qualcosa dentro di me fosse in procinto di cambiare. Captavo strane energie, qualcosa di molto potente che non sapevo come controllare. Sicuramente l’agitazione per la partenza giocava un ruolo fondamentale ma sotto c’era dell’altro, tanto più che non pensai nemmeno a come sarebbe potuta essere la birra vera, cosa che facevo ogni qualvolta m’apprestavo a bere. L’idea di visitare un pianeta come il nostro prima che la cosiddetta civiltà lo rendesse invivibile mi eccitava e mi spaventava allo stesso tempo. Nessuno di noi era mai stato su un monte o su un prato che non fosse simulato sotto il livello del plastico, così chiamavamo la superficie dove ovviamente non eravamo mai stati a causa dell’altissima temperatura. Praticamente non avevamo mai vissuto. Le generazioni future si sarebbero abituate, non avevo dubbi, il genere umano è strano, pensavo, sorvola tutto adattandosi alle situazioni più allucinanti, ma noi, in quel momento, non potevamo... non potevamo proprio. Facevamo parte della generazione di passaggio o almeno questo era quello che credevamo. La generazione più sfortunata, la generazione rinchiusa tra due fuochi. Da una parte i vecchi pazzi alcolizzati che tutte le sere urlavano e piangevano sulle nostre spalle alla ricerca di un altro bicchiere del fiore dell’oblio, impegnando in cambio le loro esperienze e rimpiangendo d’essere sopravvissuti alla grande esplosione, dall’altra i pazzi, quelli veri: l’immensa marea di persone vaganti come automi da un punto all’altro di sterili corridoi colorati, alla ricerca di un qualcosa che certamente non avrebbero trovato sotto terra.
i dubbi
4
Era giusto cercare noi stessi, perché era questo lo scopo del viaggio, così lontano da dove eravamo nati o voleva dire tradire il nostro stesso mondo? Pensandoci bene stavamo volando incontro a un’enorme luna park: una grande riproduzione di quello che avevamo distrutto, bellissima senza dubbio, ma pur sempre riproduzione. Due anni di preparativi, emozioni, discorsi, progetti e paure per fuggire pochi giorni dalla società e ritrovarsi poi a correrle incontro in una samarcanda interstellare.
frieden
5
Questa volta al posto del tubo pressurizzato trovammo una semplice scaletta. L’aria era grigia, piovevano gocce sporche ma l’effetto fu fantastico. La pioggia formava grosse macchie sulla mia maglietta dandomi una sensazione di freschezza appiccicosa, mentre l’aria inquinata che respiravamo faceva di per sé schifo, ma era molto diversa da quella stantia di disinfettante a cui eravamo abituati. Eravamo all’inferno e tutto sommato non si stava poi così male.
mitote
7
Non saprei dire quanto abbia dormito, era parecchio che non sperimentavo un sonno così profondo. Mi svegliai sudato, la mia povera tenda viola aveva assunto un colore rosso abbagliante a causa della luce che filtrava da fuori, sembrava in preda alle fiamme. Mi infilai gli scarponi e aprii con pesata calma la zip che mi divideva da Mitote cercando di assaporare ogni momento. L’ora X era arrivata. La mia mente paranoica e deviata fece infiltrare qualche strano pensiero del tipo: e se Joel ci avesse preso per il culo? Se ci avesse scaricato su qualsiasi pianeta, magari radioattivo ed essersene andato via per sempre?
Ridendo ripresi il controllo, con scatto nervoso aprii di colpo la tenda. Fui letteralmente abbagliato. Un sole giallo e di un’intensità mai vista mi puntava dritto in viso. Impiegai qualche minuto per abituarmi a tutta quella luce, d’altra parte i miei occhi conoscevano solo le fibre ottiche dei livelli e la cappa di Frieden, senza contare il sole visto dallo shuttle alla partenza che in confronto non era che una lampadina rotta. Appena mi fui abituato iniziai a guardarmi attorno. È impossibile spiegare a parole quello che vidi, fu la cosa più bella di tutta la mia vita. Luce, neve e rocce, alcune piantine che qua e là sfidavano il freddo e l’altitudine ed un ruscello semi ghiacciato che zigzagava alle mie spalle fino allo strapiombo ove in lontananza potevo notare la sagoma di Federico seduto su di un masso. All’orizzonte infinite montagne dalle creste innevate davano prova, immobili, della loro saggezza e imponenza. Mi girai, guardai oltre le tende lo spettacolo ripetersi. Dove finiva l’altopiano, anche se altopiano era solo il modo con cui Joel chiamava quel posto, visto che stavamo sulla cima di una montagna alta quattromila metri, iniziava il cielo e la luce poi, ancora più avanti, infinite creste. Sembrano tutte a punta, pensai, eppure siamo sulla cima di una di queste. Quante saranno allora le realtà che travisiamo?
blues
9
«Forse su Mitote non te la sentirai più di suonare il blues, perché per farlo come si deve bisogna arrivare all’inferno. Quello che noi non abbiamo ancora capito, o che sappiamo e ci fa male ricordare, è che il blues è una musica terribilmente semplice, chiunque può suonarla, ma pochi sono quelli che riescono a darti delle emozioni perché in quelle dodici battute bisogna metterci qualcosa che è comunque estraneo alla musica. In quelle dodici battute bisogna infilare tutte le nostre tempeste, le nostre paure e le sconfitte, tutte le nostre sconfitte. Io penso che qui noi potremmo imparare a suonare veramente. Dimenticarci il blues per un attimo ed arrivare a una musica molto più complessa, una musica da suonare con la mente prima che con lo strumento. Una musica solare e talmente impegnativa che tutto il corpo si stanchi nel suonarla. Le dita, secondo me, non si dovrebbero muovere secondo schemi più o meno rigidi ma dovrebbero percorrere gli intricati sentieri dell’armonia, sentieri che in questo posto possiamo finalmente apprendere. Io Fede, voglio suonare una musica che mi spossi, voglio che alla fine di una composizione tutto il mio corpo sia esausto, perché ogni singola parte di me deve dare il meglio e dare il meglio ha le sue conseguenze. Alla fine di un pezzo vorrei essere stanco come se avessi fatto all’amore per tutta la notte. Perché non si può suonare il blues in un posto bello come questo.»
la verità
10
Stavo camminando tra gli alberi verso la piana quando dietro di me sentii una voce familiare:
«È giunta l’ora che tu sappia qualcosa di più, visto che hai deciso di fermarti con noi. Non ti pare?»
Mi girai di colpo:
«Joel, che mi venga un colpo! Che diavolo ci fai qui?»
«Questa è casa mia, io sono l’anello mancante della catena, non ti ha forse detto il Vecchio che solo un’altra persona aveva superato le prove?»
«È vero, ma non ci feci caso lì per lì.»
Joel mi venne incontro ridendo e abbracciandomi come se avesse ritrovato un vecchio amico:
«Sempre distratti noi abitanti dell’Ultima Luna, sempre distratti. Lasciamo che la vita ci scorra attraverso come l’acqua di un fiume, ogni tanto ci bagniamo i piedi pensando sia fantastico, ma non ci passa mai per la testa quanto possa essere immenso nuotarci dentro, magari contro corrente.»