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patrizio pinna - drop out ebook
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Romanzo - 400 kb
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Drop out (pdf)
Romanzo - 260 pg.
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Drop out
Romanzo - 260 pag.
Brossura, copertina morbida
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© 2013 - Patrizio Pinna
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hangover
1
Mi ritrovo a guardare un panorama che non conosco dal finestrino di un treno in corsa. La cosa lì per lì non è preoccupante, paragonata all'esplosione nucleare che mi devasta le tempie, ma è pur sempre degna di nota.
Specialmente nel giorno del mio matrimonio.
Cerco di riavvolgere la pellicola della serata, ma i nastri sono cancellati. L'ultimo fotogramma sono i tatuaggi di Gabri e il nostro urlo di battaglia.
Caduto in guerra, penso, come un fottuto militare.
Cerco il cellulare per capire quanto possa essere nei guai e valuto attentamente le opzioni. Non ricordo di aver preso nessun treno e mi fa strano pensare che i miei amici mi abbiano potuto giocare uno scherzo del genere. Non male comunque, sarebbe un jolly mica da ridere per la loro reputazione. Del cellulare però non c'è traccia. Al suo posto il mio vecchio taccuino con l'elastico e il bordo pagina pitturato di blu. Lo avevo comprato anni prima, ai tempi della pubblicazione del mio romanzo d'esordio – convinto che non mi sarei più fermato dal prendere appunti – ma non trovai mai una frase degna di tale deflagrazione. Poco a poco me ne dimenticai.
Fino a oggi almeno.
chiara
3
Quando apro gli occhi la prima cosa che vedo è un alto soffitto affrescato e delle enormi tende bianche che danzano davanti a una finestra spalancata. Ho un attimo di confusione e sono ancora un po' stonato, poi realizzo di non aver sognato nulla. Ieri sera Chiara ha davvero ascoltato il resoconto del mio matrimonio mancato e quando ha scoperto che non avevo ancora pensato a dove passare la notte si è davvero offerta di ospitarmi e, se avessi voluto, anche di affittarmi la camera che di solito condivide con qualche altra studentessa.
Accademia di Belle Arti: le macchie non mentono.
alice
5
Mi trascino fuori dal letto ancora mezzo sconvolto per la serata. Guardando il canale illuminato dal sole mi rendo conto essere ormai fuori tempo per la colazione, forse anche per il pranzo a giudicare dai crampi. Dopo una doccia veloce mi infilo i soliti Levi's macchiati di vernice e scendo piano le scale che mi dividono dal bar. Nemmeno in campagna ho mai trovato rampe così ripide, roba da alpinisti quasi. Adesso capisco perché gli olandesi preferiscono far passare i mobili dalle finestre, ubriachi e con una chitarra sarebbe già una sfida da non sottovalutare.
Al bar c'è una ragazza che non avevo ancora visto, alta e bionda, in perfetto stile olandese, con le braccia ricoperte di tatuaggi e un bridge sopra il naso. È intenta a sistemare il bancone con la musica dello stereo a palla, tanto che non si accorge della mia presenza – troppo presa dal ritmo di Would degli Alice In Chains – su cui si muove a tempo – strofinaccio alla mano – mentre asciuga i bicchieri dopo averli rapidamente sciacquati.
Mi soffermo a guardarla – rapito – ben attendo a non invadere il suo campo visivo. Quando la sua nuca ondeggia sinuosa a tempo della musica i miei crampi si amplificano, chiudendomi la bocca dello stomaco.
adride
7
Mi sveglio nel letto di Adride, siamo abbracciati l'un l'altro, entrambi con solo gli slip addosso. Non abbiamo fatto sesso, ci siamo solo bombardati a dovere di Chianti – che qui costa uno sproposito – e penne all'arrabbiata. Adride ama la cucina italiana e non ho certo faticato per soddisfarla, solo che adesso – avvinghiati l'un l'altro – sono imbarazzato dalla classica erezione mattutina. Senza contare il desiderio ovviamente. Cerco con disinvoltura di districarmi dal suo abbraccio, ma riesco solamente a mettere fine al suo riposo. La sento muoversi quindi chiudo gli occhi per non sentirmi responsabile del mio sesso che le preme forte il bassoventre. Cerco di starmene tranquillo, di non pensare al suo seno poggiato sul mio torace, ai suoi ca-pezzoli – turgidi e scolpiti – che mi perforano le costole.
Cerco di allentare la pressione del bacino, ma sento resistenza.
«Non sono mai stata a letto con un uomo,» mi sussurra all'orecchio, mentre cerca il contatto che avrei voluto evitare.
napoli
2
«Dammi una birra per favore e dimmi che non siamo a Napoli» dico al barista.
«Non siamo a Napoli… Che birra preferisci straniero?»
La confusione è totale. «Una Ceres?» chiede senza fretta il cameriere.
«Sì, perfetto» sussurro. Non esiste birra peggiore, tuttavia con otto gradi è l'ideale in questo momento.
Dopo un paio di sorsi la morsa che mi attanaglia il cervello allenta la presa. Frugo nella tracolla cercando le sigarette. A tastoni riconosco la sagoma di un iPod e un libro, poi finalmente viene a galla un pacchetto di Camel morbide. Me ne accendo una cercando di far mente locale: Napoli, iPod… Controllo meglio, il tatto non mi ha ingannato, è proprio un iPod, peccato non ne abbia mai avuto uno. Potrebbe essere il regalo del simpaticone che mi ha giocato questo scherzetto, anche se non era tenuto a regalarmi nulla dal momento che avrei mancato l'appuntamento. iPod e Napoli, e nemmeno a Napoli sono mai stato: è il giovedì delle sorprese questo.
amsterdam
4
Non ho imparato molto in tutto questo tempo, altrimenti non sarei qui. Amsterdam non è proprio il luogo ideale per mettere assieme i pezzi, qui semmai potrei perderne un numero maggiore, fino a precludermi la soluzione del puzzle.
L'alibi ufficiale è che non è poi così semplice confessare a se stessi il proprio gioco. A volte penso addirittura di non conoscerlo, ma la verità è che spesso non penso affatto.
l'affogato
6
Nove del mattino, non è proprio l'orario in cui sarei voluto alzarmi, ma c'è un trambusto per strada veramente inusuale. Mi trascino imprecando fuori dal letto, arrabbiato non tanto per la pioggia, quanto per la sensazione di aver sognato Double K. Solo la sensazione però, nulla più. Emerso dal sonno profondo troppo velocemente non ho potuto prestare attenzione alle bolle oniriche che non avrei dovuto superare, una sorta d'embolia psichica ha fatto tabula rasa del mio subconscio, e una notte senza sogni è una notte sprecata.
Nonostante la pioggia, sul canale, dei ragazzi vestiti di colori sgargianti – fosforescenti direi – stanno manovrando una specie di gru. Tutt'intorno la classica folla di curiosi – che credevo appannaggio italiano – assiste ai lavori incurante della pioggia. Due subacquei stanno coordinando le operazioni direttamente dal canale, e la piccola gru sta tirando fuori dall'acqua il corpo di un ragazzo.
Solo un poveraccio annegato, tanto vale battere in ritirata sotto le coperte, penso, ma la sagoma di Double K – già sveglia è in prima linea sotto la pioggia – mi spinge a indossare i soliti jeans macchiati. Scendo le scale pensando proprio ai miei pantaloni, ancora un paio di giorni e potrei tecnicamente definirmi un barbone, solo loro possono indossare così a lungo gli stessi indumenti, loro e Jim Morrison ovviamente. Quasi rido ai miei pensieri, d'altra parte qualsiasi scusa è buona per evitare di pensare a un passato lontano. Ripescato nello stesso modo di questo poveraccio.
la mostra
8
Sono quasi davanti al Van Gogh Museum quando noto un grande assembramento sul marciapiede. Credo si tratti della biglietteria, decentrata magari rispetto all'ingresso principale, ma quando mi avvicino capisco essere una galleria d'arte zeppa di gente. Alcuni reggono in mano dei flute da champagne, alcuni delle bottiglie di birra. Un vernissage mi mancava, non me lo faccio certo dire due volte. Mi faccio strada tra la folla fino al buffet, insofferente ai dipinti. Senza un bicchiere in mano non potrei apprezzare nemmeno Picasso. Più che le tele – ampiamente illuminate anche in pieno giorno – sono le persone ad attirare la mia attenzione. Gi artisti – o sedicenti tali – che si affollano a sostegno di un collega; i critici, alla costante ricerca del difetto con cui nutrire i propri articoli e naturalmente i collezionisti. Tutto è così finto che viene da chiedersi se non fosse intenzione dell'artista far risaltare le proprie opere grazie alla bruttura dei partecipanti.
Non c'è nulla di popolare nell'arte...