radicalchoc*

patrizio pinna - radical choc ebook
12,00
info
Radical Choc(Arpeggio Libero 2017)
Romanzo - 240 pag.
Brossura, copertina morbida
€12,00 - In Libreria e ONLINE
© 2015 - Patrizio Pinna
Tutti i diritti riservati

Radical Choc (mobi)
Romanzo - 1400 kb
mobi - versione kindle
(DRM free)
Al momento non disponibile
© 2015 - Patrizio Pinna
Tutti i diritti riservati

Radical Choc (epub)
Romanzo - 296 kb
epub - versione kobo (DRM free)
Al momento non disponibile
© 2015 - Patrizio Pinna
Tutti i diritti riservati

Radical Choc (pdf)
Romanzo - 235 pag.
pdf - (DRM free)
Al momento non disponibile
© 2015 - Patrizio Pinna
Tutti i diritti riservati

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Progetto grafico e illustrazione di Bjorn Giordano

istruzioni per l’uso
Nessuna precauzione particolare.
Per una resa ottimale si consiglia di leggerlo con un sottofondo rock '60 '70.
forse
1
Lo sospettava già da qualche tempo, il lavoro era calato ai minimi storici e la crisi in cui tutto il paese sembrava essersi ormai adagiato, agonizzante ma incredulo, aveva ripetutamente doppiato la tragedia del Vajont in quanto a vittime. Erano anni che Francesco accoglieva l’accredito dello stipendio con una sorta di stupore e sapeva che se l’avessero lasciato a casa, come la maggior parte dei suoi colleghi, l’avrebbero fatto di venerdì.
E quel giorno, guarda caso, era proprio venerdì.
era hipster
3
Fosse stato in America, Francesco sarebbe uscito dall’ufficio con una scatola di cartone con dentro i suoi pochi gadget, qualche bubble-head di sconosciute serie televisive, un tappetino per il mouse vintage, alcune tazze con stampate sopra frasi incomprensibili e una pianta di peperoncino che sembrava apprezzare l’aria calda che il Mac olimpionico soffiava nella sua direzione. Ma visto che l’America era lontana, Francesco infilò nello zaino i suoi pochi giocattoli, caricò al volo qualcosa su cui stava lavorando su un cloud di sua proprietà, cancellò ogni dato sensibile dal computer con una formattazione degna di Jack Bauer e si incamminò giù per la collina di Albaro sorreggendo Apocalypse Now con entrambe le mani.
si sarebbe
5
Francesco non aveva mai provato nulla del genere per qualsiasi altra sottocultura. Hippie o post hippie non ne aveva mai conosciuti, tranne sua madre ovviamente, che, dopo essersi lasciata sfuggire di averlo concepito nell’84 al concerto di Frank Zappa con un perfetto quanto bellissimo sconosciuto – costringendolo suo malgrado a qualche anno di terapia – cercava di non lasciar trapelare altri dettagli di quel fumoso passato che persino lei faceva fatica a ricordare. I punk li aveva evitati per un pelo, anche se erano stati una manna dal cielo, musicalmente parlando. Dei più antipatici skinheads, per fortuna, aveva solo sentito parlare. Non aveva mai odiato i new wave, con le loro acconciature cotonate e le camicie oversize, o i dark, vestiti di nero a quaranta gradi e pallidi come cadaveri persino in una città dove le nuvole apparivano solo sulle copertine dei dischi. Non aveva provato nulla per i grunge e le loro camicie di flanella e i pantaloni strappati, a parte forse una leggera invidia per l’amore spassionato che tutte le ragazzine tributavano a Kurt Cobain. Non si era mai preoccupato dei metallari, dei mods, dei rockers, degli straight edge, degli emo (una sorta di dark 2.0) o degli yuppie. Soltanto i punkabbestia lo urtavano, per il fatto di accompagnarsi a poveri animali domestici costringendoli a vivere sui marciapiedi insieme a loro, ma quello che provava per gli hipster era qualcosa di diverso.
una
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Attraversò tutto il quartiere a piedi, evitando il bus ad Apocalypse Now. Non lo disturbava granché il fatto di avere appena perso il lavoro, quanto il pensiero di dover migrare la propria pianta. Mai un peperoncino gli era durato tanto, e mai e poi mai nessuno dei suoi precedenti era riuscito a donargli bacche così deflagranti.
Mano a mano che si avvicinava a casa, oltrepassando quel confine immaginario che divideva Albaro da Sturla, una sorta di strana euforia lo colse. Era a spasso, certo, in uno dei periodi più bui della storia, ma si sentiva felice, libero addirittura, nonostante gli avessero appena tagliato i fondi per esserlo davvero. Almeno questo è quello che sostenevano in molti.
sull'avambraccio
9
Francesco si affacciò in camera da letto sorridendo, pregustando quello in cui stava per evolvere quella strana mattinata, ormai certo di aver scoperto la propria compagna in un affascinante momento autoerotico, ma una volta sull’uscio capì la sua ingenuità scoprendola piegata in due con dietro un fottuto hipster barbuto e tatuato dalla testa ai piedi che, al culmine dell’orgasmo, seppur stupito, non si vergognò di menarle i due fendenti conclusivi, prima di ritirarsi per avvolgersi in un lenzuolo.
«Oh cristo, Frank…» sbottò lei, infilandosi la maglietta. «Non è come pensi…»
Francesco rimase di stucco a quelle parole, anche il tipo tatuato, avvolto nel lenzuolo, la guardò stranito cercando di capire dove volesse andare a parare. Erano stati scoperti, era chiaro, ed era anche chiaro che la cosa andava avanti da chissà quanto tempo, visto che nemmeno indossava il preservativo. Non era uno recuperato a un concerto quello, sempre che esistessero gruppi rock con la voglia di suonare alle dieci del mattino, quello era un fottuto amante in piena regola e, cosa che più lo turbava, e per cui non riusciva a togliergli gli occhi di dosso, con la barba, i capelli lunghi e quel fottuto lenzuolo, sembrava davvero Gesù Cristo. Anche se difficilmente l’originale si sarebbe fatto tatuare una croce sull’avambraccio...
anche gesù
2
Il suo capo fu clemente, bisogna dirlo, non aspettò la fine della giornata come i suoi pari più blasonati, d’altra parte anche lui a breve si sarebbe chiuso la porta alle spalle cercando di limitare i danni, dopodiché avrebbe cercato nuovi promettenti giovani da spremere sperando ancora che lo sviluppo software e la grafica fossero un campo in cui Genova, una delle città più provinciali al mondo, potesse in qualche modo competere con la Silicon Valley.
ma difficilmente
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Mancava poco all’ora di pranzo, ma le scuole stavano finendo e le strade erano già piene zeppe di piccoli hipster coi calzoni arrotolati, le scarpe firmate ma sfatte, tatuati, con barbe lunghe (almeno quelli a cui già cresceva) e su biciclette da migliaia di euro che però dovevano sembrare appena uscite dai bidoni dell’immondizia. E questi erano solo i ragazzini, i loro fratelli maggiori sarebbero usciti dai loro uffici più tardi, intasando le vie con le loro moto scalcagnate, con le biciclette, gli skateboard, i segway e le carriole convertite.
fatto tatuare
6
Gli hipster contemporanei non possedevano nessuna storia, a parte un ovvio equivoco semantico con la beat generation e il jazz anni ’40, e avevano depredato da un certo punto di vista quella che adesso poteva essere considerata semplicemente la cultura nerd, ma che di culturale, almeno fino a quel momento, non aveva mai avuto nulla. I nerd negli anni ottanta erano semplicemente ragazzini intelligenti, magari poco sportivi e ancor meno abbienti, che non prestavano attenzione alla moda, preferendo concentrarsi sulle rispettive passioni che spesso confluivano nella tecnologia e nei suoi derivati. Andavano bene a scuola, male con le ragazze, e le nottate passate a leggere o davanti allo schermo di un computer li costringeva a occhiali dalla grossa montatura. I pantaloni vintage risvoltati per non sporcarsi di grasso non erano stati acquistati a centinaia di euro, ma erano quelli che avevano in casa, così come la bicicletta era un semplice mezzo di trasporto quando non potevano permettersi di meglio. Le magliette ironiche, spesso a carattere tecnologico, erano forse il loro unico vezzo, una sorta di linguaggio precluso alla massa, come il codice binario, l’esadecimale o le battute su misteriose serie televisive mai trasmesse sui canali nazionali. Gli hipster moderni, invece, erano bambini ricchi, che si divertivano a lasciarsi crescere la barba solo perché in America altri lo facevano, e non per mancanza di tempo e sonno, che setacciavano i mercatini vintage alla ricerca degli abiti giusti, che passano ore a piegarsi l’orlo dei pantaloni alla caviglia per fare i modo che non risultasse perfetto ma nemmeno troppo approssimativo, che si torturavano tatuandosi in ogni dove e che non avevano nemmeno una vera e propria cultura o direzione musicale: pescavano quasi a casaccio dalle varie epoche, prediligendo la bassa fedeltà, le cuffie enormi, il fruscio di fondo e l’alimentazione biologica. Gli hipster erano la nuova release dei paninari e quello che Francesco odiava di più era che, essendosi così espansi, da TriBeCa al mondo intero, non era più libero di indossare i suoi vestiti, i suoi occhiali, i suoi accessori, per evitare di sembrare quasi uno di loro. Gli hipster lo avevano portato a doversi preoccupare del suo guardaroba e del suo aspetto, cosa che non aveva mai fatto in tutta la vita. Per questo non li sopportava.
croce
8
Dopo aver aperto la porta di casa Francesco si incantò in soggiorno. Solo nel week end avrebbe potuto vedere la sala così illuminata dal sole se non si fosse sempre alzato abbondantemente dopo l’ora di pranzo e quella visione cancellò qualsiasi tipo di preoccupazione verso quello che avrebbe dovuto dire alla sua compagna che, avendo i turni in ospedale, probabilmente era ancora a letto.
«Sono a casa…» disse, senza urlare, per non svegliarla nel caso stesse ancora dormendo. Poi sistemò Apocalypse Now in un angolo dove il sole picchiava dalla mattina alla sera.
«Sì… Sì…» sentì provenire dalla camera da letto, con una cadenza che lì per lì non interpretò come avrebbe dovuto. «Sto venendo…» continuò lei, quasi gridando.
Possedere un quoziente intellettivo sopra la media poteva non essere sufficiente in determinate situazioni. Una persona normale, probabilmente, avrebbe messo a fuoco subito la situazione, non si sarebbe chiesto il perché di una frase del genere al posto di un semplice saluto, ma il dubbio che avrebbe dovuto palesarsi istantaneamente impiegò un paio di secondi per trovare la strada tra la miriade di sinapsi che si attuarono per cercare di capire quella semplice frase accompagnata dai mugolii che in quei tre anni di convivenza aveva imparato a conoscere bene.