camogli falce e martello *

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Camogli falce e martello (pdf)
Romanzo - 208 pag.
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Camogli falce e martello
Romanzo - 208 pag.
Brossura, copertina morbida
Al momento non disponibile
© 2019 - Patrizio Pinna
Tutti i diritti riservati
*
Edizione in brossura al momento non disponibile.
tatjana
1
La conobbi un tardo pomeriggio d’estate. Ero appena arrivata in paese e mi ero crogiolata tutto il pomeriggio in spiaggia per darmi una rinfrescata all’abbronzatura senza dover spendere un patrimonio al so- larium, visto che avevo speso una fucilata per sbiancarmi l’ano. Con queste maledette telecamere ad alta definizione non eravamo nemmeno più libere di farci riprendere alla vecchia maniera. I clienti se ne accorgevano se non ti curavi a dovere e bastava un brufolo per perderli. Ora, oltre ai foruncoli, gli utenti si eccitavano davanti a buchi di culo lindi come sottane di chierichetti, come se non sapessero a cosa servisse, fondamentalmente, quel buco lì.
Avevo caldo e il culo in fiamme. Gli acidi usati per il trattamento non dovevano aver gradito l’overdose di raggi uva o il salino o la sabbia, o tutte e tre le cose, e stavo cercando un bar abbastanza tranquillo dove farmi una birra ghiacciata.
Magari un impacco.
Il Blues House Pub, un posto scarsamente illuminato in mezzo alla pedonale nascosta ai turisti parve fare al caso mio. Entrai cercando di abituarmi il più in fretta possibile all’oscurità del luogo. Tutto taceva, soltanto la voce di Bob Marley dallo stereo sembrava sussurrare qualcosa di incomprensibile. Quando mi abituai al buio vidi il barista e un paio di avventori rigidi come statue di sale.
fibonacci
2
Quando Fibonacci entrò al Blues House le due erano ancora al piano di sotto. Fibonacci indossava un paio di pantaloncini corti e una canottiera logora. Era completamente sporco di terra, dalla testa ai piedi, come se fosse evaso da una prigione scavandosi un tunnel con le mani. Di solito Federico lo bloccava sull’uscio, intimandogli più o meno ironicamente di andarsi a lavare, per evitare di sporcare in giro, ma quel giorno invece non riuscì a proferire parola.
Fibonacci si attardò qualche secondo sull’uscio: Turbo e Bjorn erano seduti al bancone rigidi come due pezzi di stoccafisso.
«Cosa succede, testine di cazzo?» chiese, «vi è apparsa la Madonna, forse?»
Bjorn alzò la testa: «Fede, mi fai un Gin Tonic, per favore?» poi si girò verso Fibonacci. «Meglio, molto meglio, direi» e con un cenno del capo indicò le scale che portavano al pieno inferiore.
Fibonacci li osservò un attimo, indeciso se mettere mano al bastone dell’educazione, facendo così partire il menaggio pre-aperitivo, o cercare di vederci chiaro, e dal momento che la vescica lo torturava da un’ora buona decise, con finta nonchalance, di scendere.
Bjorn finì il bicchiere di birra che aveva davanti e cominciò il Gin Tonic.
«Cioè» disse Fibonacci risalendo subito le scale, «cos’è, abbiamo aperto finalmente il locale alla figa? Ci sono due gnocche della madonna di sotto...»
«Già» risposero in coro.
«E una delle due sta leccando il culo all’altra» concluse, come se fosse la cosa più naturale del mondo, al bar.
katia
3
Quando il culo smise di bruciarmi pulii un poco la faccia di Kurt Cobain con un pezzo di carta igienica e tornai di sopra con Tatjana. Al bancone c’era un nuovo personaggio e un buon profumo d’hashish.
«Madre santissima!» sbottò Tatjana, «Seppellito vivo ti hanno?»
«Sarda?» chiese Fibonacci verso il bancone, giusto per non cominciare subito a insultare una in grado di infilare quattro centimetri di lingua in uno sfintere.
«Russa, che sarda!» fece Turbo, aspirando una bella boccata.
Fibonacci allora partì con lo sproloquio, in perfetto inglese, visto che col russo, ci spiegò nel mentre, era arrugginito e informò la poveretta che nessuno sarebbe mai riuscito a seppellirlo vivo. Dopodiché elencò tutte le missioni a cui aveva partecipato: Iran, Iraq, Afghanistan, Kurdistan, fino a millantare le Falkland e un accenno di Vietnam, completamente incurante di riferimenti spazio-temporali, come una sorta di Doctor Who della belligeranza. Per arrivare, dopo quasi dieci minuti di sproloquio, a confessare di star semplicemente lavorando a un muretto a secco.
Io mi ero fatta passare la canna e stavo pensando che se il tipo era così prolisso anche con la mazza, beh, un paio di colpi me li sarei fatti dare, dopo una doccia ovviamente, sebbene fosse il barista quello che al momento mi attizzava di più, con quei suoi tatuaggi, il fisico da canoista e una testata di capelli ricci, afro quasi, che mi facevano tornare in mente i cartoni animati. Non che mi fossi mai sognata di sbattermi Napo Orso Capo, ma era comunque un’occasione mica da buttare via. Mentre Tatjana, più pragmatica, gli chiese come mai dovesse giocare con le pietre in prima persona, non ce n’erano albanesi a Camogli?
anima russa
4
Quando le ragazze tornarono al bancone, Federico, Bjorn, Turbo e Fibonacci, cercarono di sembrare disinvolti, come se Camogli giocasse nella stessa divisione di New York e quella piccola caratteristica birreria frequentata da autoctoni avesse raccolto il testimone dello Studio 54.
Fu Fibonacci il primo a parlare dopo un breve imbarazzante silenzio: «You are both russian?» chiese.
L’ultima arrivata, quella che aveva esordito coi bruciori, si mise a ridere e prima di rispondere bevve un lungo sorso di birra: «Macché» sorrise, «io sono di qui. Cioè, sono nata qui, ma ho dovuto seguire mio padre prima a Padova, poi a Milano, dove ancora lavora, dopo la morte di mia mamma...» i quattro espressero più o meno all’unisono il loro dispiacere. «Avevo dodici anni all’epoca, ma grazie. Ultimamente ho vissuto a Praga, c’ho fatto l’Erasmus e mi ci sono fermata un bel po’. Sono tornata oggi, giusto il tempo di farmi un bagno...»
«E un...» partì in quarta Fibonacci, ma gli sguardi dei suoi amici lo castrarono.
«E un... sì» rise, «a dir la verità abito qui nella via, poco più verso la stazione.»
I tre annuirono.
buon compleanno tatjana
5
Io nata in piccolo paese vicino Dukinda anno prima di indipendenza. Mio padre morto in miniera quando io bambina, mia madre bevuto troppo e addormentata per strada di notte. Studiato infermiera e fatto qualche film per mangiare, ma uomini russi tutti brutti e donne russe tutte grasse. Io stufa di freddo. Nessuno più a Volochanka, venduto casa e venuta Italia. Non sapevo dove andare e su aereo da Mosca scopato studente italiano che detto Camogli e Portofino. Cercato posto dove stare e trovato qui casa affitto, piccola casa, ma caldo. Sono io qui da sei mesi, cerco imparare lingua, ma lenta. Italiano difficile.
Mi piace questo posto, tutto diverso, gente diversa, tutto strano. Notte puoi dormire spiaggia. No muori. Anche se inverno. Inverno tanti vecchi, come Volochanka, ma va bene. Io lavoro con vecchi qui, aiuto spesa, pulizie, camminare. A volte dormo con loro, ma poco. Non mi piace dormire con vecchi, puzzano. Come russi.
Oggi io contenta, perché mio compleanno. Prima volta compleanno caldo, mare. Volevo festeggiare. No bevo solito, ma oggi volevo vodka e dopo bagno entrata in bar.
Io bionda, ma tingo nero da sempre, nemmeno io ricordo me bion- da, nemmeno foto. Italiani paura fica. Ogni volta che entro bar o negozio uomini congelati, come inverno in Volochanka. A volte anche donne. Io diverto, faccio dura, ma solo per ridere, qui tutta brava gente, nessuno armato, nessuno picchia, nessuno violenta, qui scopano poco anche normale, qui tutti buoni. Qui no miniera, qui uffici, bar, negozi, vecchi. Italiani lamentano sempre di qualcosa: stranieri, delinquenti, droga, politica, ma non sanno cosa vera delinquenza, vera droga, vera politica. Noi Russia sì... Noi sappiamo. Ma soprattutto qui caldo. Caldo è importante.
Preso bottiglia di vodka gelata, clienti muti, dopo è entrata ragazza. Aveva capelli corti, marrone, spettinati, faccia bimba buona, labbra rosse e occhi verde. No si trovano occhi verde mio paese. Capito subito che lei speciale. Faccia bimba buona non vuol dire davvero bimba buona. C’è termine russo che non so dire italiano, che dice che bimba bella troppo nasconde diavolo.
Io ho sentita subito, annusato diavoletto. Poi lei detto che fatta culo bianco. Buon compleanno Tatjana, pensato io. Fare cosa dovevo?